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quadernilibertari [ giornale universitario degli Studenti Libertari ]
 


..il libertario è sempre controllato

Dal clero, dallo stato

Non scampa, fra chi veste da parata

Chi veste una risata

 

O forse non è qui il problema,

E ognuno vive dentro ai suoi egoismi

Vestiti di sofismi

E ognuno costruisce il suo sistema

Di piccoli rancori irrazionali,

Di cosmi personali

Scordando che poi infine tutti avremo

Due metri di terreno..

 

Francesco Guccini - Canzone di notte N.2


27 marzo 2005


recensione di un film libertario (e bellissimo)

Uno dei punti di forza del nostro giornale cartaceo erano sicuramente le recensioni di Luigi. E' con piacere che posto questa, su un film bellissimo che parla della battaglia civile di un disabile spagnolo per il diritto a poter disporre della sua vita.

MARE DENTRO
di Alejandro Amenábar,
con J. Bardem, B. Rueda, L. Dueñas, M. Rivera (
Spagna - 2004)


 di Luigi Cabras


GIUDIZIO: "Mare dentro" è il titolo della poesia che chiude il film di Amenàbar, recitata con un trasporto trascendente dalla voce fuori campo di Javier Bardem. "Mare dentro" è, per estensione, il titolo di questo film eccellente, complesso, di bellezza abbacinante e struggente, che parla col cuore e col cervello di un tema doloroso, attuale e irrisolto: l'eutanasia. Non lo fa in modo strisciante come "Le invasioni barbariche", che quasi fino all'ultimo mette in scena un gioco di chiaroscuri e di specchi; "Mare dentro" lo fa in modo fisico e viscerale, mette in scena un dramma vero (quello di Ramón Sampedro) dalla primissima scena, ma lo fa con una eleganza intellettuale sorprendente, lontano da qualsiasi accento patetico, da qualsiasi buonismo e libero dal pericolo dell'ipocrisia che normalmente impera sui discorsi intorno all'eutanasia. Ipocrisia conservatrice e disumana, quella a cui mi riferisco, che si nasconde dietro un dito (il dito della morale, della bioetica, della tradizione, della debolezza) negando quella dignità che è sancita per ciascuno dal semplice fatto d'esser uomini, liberi e coscienti. Scrivere di questo film non è facile, come non è facile, ammettiamolo almeno, scrivere della sostanza dell'opera: scegliere la morte come strumento di estrema dignità, come espressione più alta di libertà irrinunciabile ed inalienabile, che è parte centrale dell'essere lucidi e davvero vivi. Scrivere di tutto questo, evitando le angustie della banalità, è impegno per grandi pensatori e poeti e filosofi che dal caos siano capaci di estrapolare un senso accettabile e, per quanto possibile, condivisibile. Partire da un'opera d'arte invece è utile per la riflessione, certo, ma forse è indegno e in parte ingiusto che se ne faccia questo uso tecnico e così razionale, quando di un'opera d'arte si dovrebbe solo dire quanto (e come) coinvolga, non se sia in grado di concedere dei "perché" a qualsivoglia tematica. Così il viso di Bardem, che ha un potere sensuale e attraente straordinario anche attraverso l'attento trucco che lo invecchia, è espressione di sentimenti e stati d'animo, non vuole rispondere a domande tecniche, non vuole farsi filosofo: è e resta uomo che parla di umanità. Di una umanità frustrata dalla malattia, che non se ne capacita, che non l'accetta come dono di Dio e anzi: la maledice, poiché per quanto possa essere una compagna costitutiva della vita, essa rappresenta pur sempre una nemica da sconfiggere per ogni creatura, giacché limita libertà ed espressione. Ma la malattia, lo sappiamo tutti, è ineliminabile almeno quanto lo è la morte, e dunque è portatrice di senso nonostante tutto. In questa opera, che ha tanto vinto dappertutto e che qualche giorno fa ha anche conquistato l'Oscar come Miglior Film Straniero (per il quale già era stato in lizza Amenàbar con "The Others"), tutto si mescola con grazie artistica profonda e sapiente: afflato spirituale, riflessione sociale e politica, poesia e natura, amore, sesso, famiglia, ironia (e solo un professionista come Amenàbar poteva farci sorridere tra le lacrime, nel raccontarci una storia come questa). E l'amicizia, soprattutto, disinteressata e sincera come essa dovrebbe essere per definizione, che conduce ad una abnegazione assoluta, allo spirito di servizio, allo scontro quando necessario. Risulta tanto più difficile raccontare una storia quando essa è realisticamente inserita in un contesto emozionale e sociale articolato e non banale. Questo dev'essere stato senz'altro il maggior cruccio del regista e degli sceneggiatori: mettere al servizio di una scrittura che avesse un valore profondo e duraturo, la bravura degli interpreti, la bellezza della fotografia e la magia "metafisica" della  musica, che è essa stessa interprete di questo film, co-protagonista nel ruolo di vettore dell'emozione svincolata dalla parola e dalle immagini. Sulla trama è sciocco spendere fatica nel tentativo vano di riassumere una vicenda che non è sintetizzabile dignitosamente: semplicemente, sono gli ultimi mesi di vita (intensissima, vera vita) di un tetraplegico, uomo molto amato e che molto amò nel corso della propria esistenza, il quale ingaggiò una battaglia legale con lo Stato perché gli venisse concesso il diritto all'eutanasia, ovverosia, per dirlo in termini più chiari, il diritto all'assistenza al suicidio poiché egli, immobilizzato al novanta per cento, non è in grado di provvedere a questo da solo. Ovviamente la giustizia spagnola non gli diede l'autorizzazione, bocciando la sua richiesta (l'assistenza al suicidio è considerata complicità di omicidio) e diffidando gli amici dall'azione indiretta, ma al destino non si pongono freni legali, e Sampedro ottenne comunque il suo ultimo, sofferto successo. Nel frattempo pubblicò un libro di poesie e ebbe anche il tempo di innamorarsi ancora, e far innamorare una donna di sé: questo dovrebbe insegnare una morale nuova a tutti noi, stracciandoci dagli occhi l'ingenuità da stolti parroci di campagna che spesso contraddistingue il nostro modo di ragionare. "Mare dentro" è un film forte e straziante, non è fatto per strappar lacrime a profusione, non ha quel tocco di bassa volgarità dietro cui normalmente il pubblico va, estasiato: e ancora una volta in pochissimo tempo mi trovo nella posizione di lodare la capacità di Hollywood, madre della banalità e della superficialità, che con l'Oscar ad Amenàbar ha avuto un guizzo di coraggio degno di nota, una volta tanto.

MARE DENTRO

Mare dentro, in alto mare - dentro, senza peso
nel fondo, dove si avvera il sogno: due volontà
che fanno vero un desiderio nell’incontro.

Un bacio accende la vita con il fragore luminoso di una
saetta, il mio corpo cambiato non è
più il mio corpo, è come penetrare al centro
dell’universo:

L’abbraccio più infantile, e il più puro dei
baci fino a vederci trasformati in
un unico desiderio

Il tuo sguardo il mio sguardo, come un’eco
che va ripetendo, senza parole: più dentro,
più dentro, fino al di là del tutto, attraverso
il sangue e il midollo.

Però sempre mi sveglio, mentre sempre io voglio
essere morto, perché io con la mia bocca
resti sempre dentro la rete dei tuoi capelli.

(Ràmon Sampedro)

www.ilgrandecinema.it




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28 febbraio 2005


Laos, l’altro sud-est asiatico

dall'ultimo numero di "Sardegna Magazine"


236.800 i kmq; 6.068.117 gli  abitanti e il 2,44% il tasso di crescita demografica. Questi alcuni dei dati della Repubblica Democratica Popolare del Laos, capitale Vientiane. Se ne è discusso recentemente ad un convegno dal titolo  L’altro Sud-est asiatico: I diritti umani in Laos, presso l’Aula Magna della Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari. E’ stato organizzato dal Comitato “Studenti Libertari”, gruppo che esiste da ormai tre anni e si occupa di diritti umani (popoli oppressi, globalizzazione della democrazia, ecc.) e di diritti civili.

Sono intervenuti Olivier Dupuis  (deputato europeo dal ’96 al 2004), Valentina Tosini  di Amnesty International e Bruno Mellano, autore del libro “Indocina Libera”, mentre ha coordinato il dibattito Annamaria Baldussi, docente di Storia e Istituzioni dell’Asia della stessa facoltà. Parola d’ordine: non dimenticare i laotiani. Con la triste catastrofe dello tsunami che ha portato sotto i riflettori il Sud-Est Asiatico, non si può scordare la serie di conflitti e di massacri che esistono e si perpetuano al suo interno, spesso ignorati dai mass-media mondiali; una sorta di tragedia nascosta.

L’annoso conflitto fra il governo e l’etnia hmong da una parte, colpevole di aver parteggiato per gli U.S.A. nel 1975, la spaventosa situazione delle carceri e la persecuzione dei dissidenti politici dall’altra e alla base una politica antidroga condotta a suon di condanne a morte. E di fronte a tutto questo la Comunità Internazionale che fa? E l’Unione Europea? Come ha precisato Olivier Dupuis “continua a finanziare il governo laotiano con un trattato di cooperazione economica che ha delle clausole sospensive sui diritti umani, disattese completamente dal regime”. Ne sanno qualcosa Bruno Mellano e lo stesso Dupuis che il 26 Ottobre del 2001, insieme ad altri tre militanti del Partito radicale transnazionale (Massimo Lensi, Silvja Manzi e Nikolaj Khramov), sono stati arrestati, ospiti forzati per quindici giorni delle carceri laotiane, per il solo fatto di aver esposto in una piazza della capitale uno striscione recante la scritta “Libertà, democrazia, riconciliazione per il Laos”. La scelta della data non è stata casuale; infatti due anni prima cinque studenti laotiani subirono la stessa sorte: avevano distribuito volantini ai passanti oltre ad aver srotolato uno striscione identico a quello dei radicali che, però, hanno avuto più fortuna visto che degli studenti da quel giorno non si sa più nulla. Il gesto dei radicali, un atto di disobbedienza civile, è stata una vera e propria denuncia della situazione esistente in Laos verso l’opinione pubblica internazionale, un tentativo di togliere la cappa di silenzio che aleggia sul Paese. Paese con una variopinta composizione etnica: 68% lao loum (lao delle pianure), 22% lao theung che vivono sulle pendici delle montagne a media quota, 9% lao soung (tribù hmongo - meo - e yao - mien - che vivono ad alta quota) e 1% vietnamiti e cinesi. Diverse anche le lingue parlate: lao e dialetti lao (strettamente imparentati con il thai), francese e inglese e differenti credo religiosi: 60% buddhista, 38,5% animista e seguaci dei culti degli spiriti e 1,5% cristiana. Un crogiolo di realtà diverse che convivono con un denominatore comune: la violenza oramai perpetuata da una trentina d’anni.

Donatella D’Addante

 

 




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22 gennaio 2005


dal Giornale di Sardegna del 19 Gennaio

Il dramma dimenticato del Laos
Convegni. Una giornata di discussione sul Paese asiatico con docenti e parlamentari
Un altro sud-est asiatico, graziato dallo tsunami di poche settimane fa, ma flagellato da trent'anni di ripetute e impunite violazioni dei diritti umani. Il dramma del Laos, cinque milioni di abitanti su un territorio grande quanto l'Italia, è stato portato alla ribalta un gruppo di studenti universitari, il comitato degli studenti libertari, che ha riunito attorno alla cattedra dell'aula magna di Scienze Politiche l'ex parlamentare europeo Olivier Dupuis, Annamaria Baldussi, asiatista dell'Università di Cagliari, Valentina Tosini di Amnesty International e lo scrittore Bruno Mellano, autore di Indocina libera.
Emergenza nelle carceri laotiane
Dalle terrificanti condizioni delle carceri, testimoniate da Dupuis e Mellano "ospiti" forzati, per quindici giorni, delle celle laotiane nell'ottobre del 2001 per avere srotolato in una piazza della capitale Vientiane uno striscione che chiedeva democrazia, libertà e riconciliazione, al conflitto che oppone il governo alla minoranza etnica degli Hmong, colpevoli di avere parteggiato per gli statunitensi nel 1975, sono numerosi gli episodi che mettono in luce la scarsa attenzione degli esponenti del partito popolare nei confronti del rispetto dei diritti più elementari. Un sopruso perpetrato senza la minima attenzione da parte dei media occidentali, ha spiegato Olivier Dupuis: «In questi anni l'unico reportage sui diritti civili nel Laos è stato realizzato dalla televisione franco-tedesca Arté, una piccola emittente che non ha la stessa audience dei
grandi network e trasmette prevalentemente sul satellite».
Un'affermazione che delinea anche un problema di attenzione internazionale nei confronti di un Paese la cui bilancia commerciale, un miliardo e settecentomila dollari all'anno, è costituita per il trenta per cento dagli scambi con Paesi dell'Unione Europea e con il Giappone.  «L'unica arma in possesso dei Paesi occidentali per fare cessare la violazione dei diritti umani nel Laos, è quella di vincolare le commesse commerciali al rispetto di questi diritti - ha sottolineato Annamaria Baldussi - soltanto ricorrendo a un "ricatto" di questo tipo si può raggiungere un risultato altrimenti difficilmente conseguibile».

Alessandro Pes




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12 gennaio 2005


Comunicato

L’altro Sud-est asiatico:


I diritti umani in Laos

 

Lunedì 17 Gennaio

Aula magna della facoltà di Scienze politiche (Viale Fra Ignazio 78- Cagliari)

ORE 17


Intervengono:


·Olivier Dupuis


(ex-parlamentare europeo, ex-segretario del Partito Radicale Transnazionale)


·Prof.ssa Annamaria Baldussi


(docente di Storia e Istituzioni dell’Asia, Facoltà di Scienze Politiche, Cagliari)


·Daniele Mura


     (Amnesty International)


·Bruno Mellano


    (autore del libro “Indocina Libera”)


Introduce:


Paolo Tatti (Studenti Libertari)


 

La catastrofe dello tsunami ha portato sotto i riflettori il Sud-Est Asiatico che ha al suo interno una serie di conflitti e di massacri che di solito vengono ignorati dai mass-media mondiali.


Il caso del piccolo Laos (e di tutta l’Indocina) è uno di questi e presenta una serie di tragedie nascoste:



Di fronte a tutto questo l’Unione Europea continua a finanziare il governo laotiano con un trattato di cooperazione economica che ha delle clausole sospensive sui diritti umani disattese completamente dal regime.


 


Per info:  349/6660812


studentilibertari@hotmail.com




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3 dicembre 2004


Parla come mangi, scrivi come bevi

Scrivere.

Inchiostro, carta, parole.

Parole che vanno comprese. Parole che devono significare qualcosa. Parole che si devono staccare da una pagina per sedimentarsi nel cervello di chi legge.

Scrivere è comunicare.

Frase di una banalità assoluta. Ma succede spessissimo di leggere pagine incomprensibili. Pagine ricche di costrutti vetusti (che aggettivo “nuovo”, eh?), di arido intellettualismo. Pagine con costruzioni ultrastrutturate, ricche di subordinate, di architetture raffinatamente sadiche. Rileggere due, tre, quattro volte la stessa frase non è semplice sforzo di comprensione, è scazzo malcelato. Comporre una frase seguendo l’impianto della retorica ciceroniana non è raffinato esercizio stilistico, è lugubre dimostrazione di sadismo intellettuale.

Il mio intento è farmi comprendere dalla maggioranza delle persone. Essere chiaro.

Essere chiaro al professore di Storia moderna che fa studiare i propri studenti dai suoi libri debordanti di conoscenza male elaborata. Al bracciante che raccoglie pomodori a meno di un euro a cassetta per sfamare i propri figli. Al presentatore televisivo che spaccia per critica al sistema la sua fame di potere.

Essere chiaro perfino agli pseudofilosofi che pretendono di smontare analiticamente, grazie all’insegnamento dei grandi pensatori, qualunque espressione di vita depositata su carta. Io parlo terra terra, ricco solo di ignoranza. Da post-socratico, so di non sapere. Fedele al mio credo e alla mia poetica dico solo, trivialmente: analizzatemi sto cazzo.

Prendere a scrivere perché spinti dalle parole e dal parere di altri non è “perdere il proprio prezioso tempo”. Al contrario, è momento di dialogo. E il dialogo è crescita. Probabilmente si resta schiavi di un modo di fare infantile proprio perché non si crede al dialogo, in tutte le sue forme. Non ci può essere dialogo se si crede di partire da una posizione di assoluta preminenza (e non parlo del sempre citato complesso di superiorità economica o di ceto, ma anche di quello di superiorità intellettuale, forse ancora più odiosa).  Se si pretende di avere sempre e comunque ragione, la mia convinzione è che non si arrivi a realizzare qualcosa di fruttuoso, di fecondo culturalmente. Non fosse altro per un motivo. Se crediamo di avere sempre e comunque ragione, potremmo bollare negativamente a priori chi afferma il contrario di ciò che pensiamo. Per poi scoprire magari che aveva ragione lui.

E spezzo una lancia a favore della sintesi. Esprimere un proprio pensiero, un sentimento personale, una propria opinione in merito a un fatto è quanto di più difficile si possa fare. È fare diventare carne lo spirito. Figuriamoci se si è costretti a usare come mezzo di espressione la scrittura, che è ancora più freddo dell’espressione fisica, nella quale concordano tanti fattori a rendere l’espressione più vicina al vero e originale significato (tono della voce, espressione del viso, movimenti…). Scrivere è difficile perché dobbiamo cercare di essere il più concisi possibile, pena l’abbandono dell’attenzione di coloro ai quali vogliamo comunicare. È inevitabile che si preferisca scegliere qualcosa in sostituzione di qualcos’altro. Ma è questo che porta altri a dire la propria. A ribattere, a incazzarsi, a essere d’accordo… Comunque sia, nasce il dialogo. Dall’incompletezza, forse. Pretendere di non lasciare spazi da riempire è tendere al Divino.

E io, personalmente, preferisco tendere al vino.

E preferisco divertirmi, bevendolo con persone colle quali instauro un dialogo.


Alla salute!

Andrea Pau




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24 novembre 2004


Ammentos de Pera Zuanne

Pera Zuanne fit unu bandidu

ma como paret pius no l’ammentare

de cando andaiat a bardanare

s’haezis bidu comment’es bestidu!

 

Juchet in cara donzi ferramenta

Chi sa tontesa pottat imbentare

No ischet mancu bene faeddare

De cant’est tontu un’attera nd’imbentat


Pro fagher bider ch’est de trasgressione

E nois erriè rie a lu mirare

Senza chi si’nde potiat abbizzare

Commente chin su puddu su masone


In cumpanzia arribat minettosu

Ma cand’est solu setzed a sa muda

Che fogu sutta e s’abba si ch’istudat

Juchet sa minca semper a reposu


Una m’hat nadu: «chì este custu mulu?»

«nacchi fit latitante in Logudoro

e sos amigos pro cuntentu issoro

sa minca intrea l’hant postu a intr’e culu


e como falad’est in Campidanu

a pigare cuntentu da-e palas

pustis d’haer tastadu chin sas laras

sa minca azzuendesi chin sa manu»


Pro disaogu como li cantamos

Custos frores de alta poesia

Li pottan fare de dulche ninnia

La pustis tott’impares l’iscorzamos.


Tenore “sa feghe” de tottue




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17 maggio 2004


Risposta ad Andrea, Cristiano e al vacuo intellettualismo da un milione di dollari di Matteo (PUAH!)

C’era da aspettarselo.

Dopo avere intitolato il mio articolo "Perché??!" non devo lamentarmi se mi si risponde.

La prossima volta eviterò i punti di domanda…

Ringrazio Matteo, Cristiano e Andrea che rispondendo al mio articolo, mi hanno dato l’opportunità di spiegare meglio i miei pensieri.

Innanzi tutto voglio ringraziare Matteo e il suo stucchevole intellettualismo.

Carissimo, devo complimentarmi con te  per avere notato la mia "imperdonabile strumentalizzazione" di Ungaretti.

Grazie a te ora so che la poesia “Soldati” descrive la condizione precaria dei soldati durante uno scontro a fuoco... incredibile! Pensavo parlasse di uomini e donne minacciati da fulmini e saette.

È ovvio… come Andrea, mi sono permessa di dare una mia personale interpretazione ai versi di Ungaretti: è la bellezza dell’arte, ciascuno di noi può interiorizzarla, amarla e farla propria.

Considerando la fragilità delle nostre membra, credo che tutti noi stiamo come d’Autunno sugli alberi le foglie. Basta un niente per farci cadere... come foglie in Autunno stiamo appesi ai rami della vita e mossi dal vento degli eventi, attendiamo di cadere.

Ora, voglio porre una domanda al caro Matteo: se volevi insegnarmi che la filosofia non ha niente a che fare con le grida del cuore, perché sollevi una questione filosofica intorno al mio articolo?

Ebbene, caro “educatore di una gioventù che vive nella rovina della sua morale”, tu pur essendo intelligente manchi totalmente di sensibilità e di spirito intuitivo.

Non hai intuito che il mio intento non era filosofeggiare o mostrare la mia grecità, ma era scrivere sul dolore, magari citando Schopenhauer…  fossi stato un po’meno eccitato all’idea di poter esternare il tuo sapere filosofico e la tua grecità, lo avresti capito.

Passa una grossa differenza tra chi vuole sviluppare un discorso filosofico e chi per spiegare meglio le sue idee, cita un filosofo.

Tu hai sviluppato un discorso filosofico, hai scritto di Nietzsche (bravo! Lo hai studiato bene ) e dello spirito tragico greco.

Io ho citato Schopenhauer.

Inoltre, mi  accusi di ritenermi tragica… ma devi sapere che io non mi ritengo né tragica, né pessimista, né decadente.

Comunque capisco perché tu mi accusi di essere decadente.

Intenta a scrivere sul dolore dell’esistenza ho trascurato di scrivere un’ovvia constatazione: l’esistenza del dolore presuppone l’esistenza della gioia.

Gibran ne "Il Profeta” riguardo alla gioia e al dolore scrive:

"La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera. E quello stesso pozzo che fa scaturire il vostro riso fu più volte colmato dalle lacrime vostre.

Come potrebbe essere altrimenti? Più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere.

La coppa in cui versate il vostro vino non è la stessa coppa cotta nel forno del vasaio?

E il liuto che addolcisce il vostro spirito non è lo stesso legno intagliato dal coltello?

Quando siete felici, se scruterete il vostro cuore, troverete che è ciò che vi ha fatto soffrire a darvi ora la gioia.

E quando siete afflitti, guardate ancora nel cuore, e scoprirete che state piangendo solo per ciò che vi ha resi felici.

Alcuni di voi dicono, e altri dicono , .

Ma io dico a voi che sono inseparabili. Essi giungono insieme, e quando l’una siede a tavola con voi, ricordate che l’altro dorme nel vostro letto”.

Nel mio precedente articolo non ho scritto sulla gioia perché volevo parlare del dolore che infetta il mondo e dell’indifferenza degli uomini davanti ad esso.

Il dolore è nel mondo, ma tutti noi immersi nella nostra “egoistica quotidianità” non possiamo e non vogliamo preoccuparcene.  

Non sono moralista, non sono un’ingenua… non auspico la morte dell’economia e del progresso.

Ho solo constatato che nella nostra società ognuno è immerso nella propria quotidianità e vive all’interno di essa… ognuno di noi pensa per sé.

È un dato di fatto: se smettessi di studiare per abbandonarmi ad improduttive e frustranti riflessioni sul senso della vita, se piangessi disperatamente pensando al dolore che affligge il mondo… verrei etichettata come folle, depressa, esaurita e soprattutto non combinerei nulla di buono... sarei improduttiva.

La società vuole che io viva per riversare tutte le mie energie in un esame, per disperarmi se ingrasso, per arrabbiarmi con chi mi supera nella fila allo sportello postale.

È la realtà.

In questa realtà ci tormentiamo pensando all’irrazionalità dell’esistenza solo quando siamo colpiti da qualche disgrazia… solo quando “siamo immersi in stagni di buio”, come ha scritto bene Andrea.

E anche in questi momenti le riflessioni non portano ad alcuna conclusione.

Siamo esseri razionali che cercano invano di comprendere un’esistenza per noi del tutto irrazionale.

Caro Matteo, se tu credi ci sia qualcuno più razionale di noi, buon per te… solo che è strano per uno che si atteggia a discepolo di Nietzsche!

Io, lontana dall’ateismo radicale e distante dal dogmatismo cattolico, non so a chi credere e se credere.

Vivo nella mia amata quotidianità… rido, piango, sbaglio e imparo… penso a realizzare le mie aspirazioni e cerco di non pensare al senso della vita.

Sono uno zimbello della natura, come tutti… come tutti coloro che sognano una vita felice e magari una famiglia… egoisti procreano, per non stare soli danno la vita… e creano dolore: è questo il motore del mondo. 

 

                                                                                                              Valeria Piras




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19 aprile 2004


MY GIFT TO YOU

Risposta n.3 all'articolo di Valeria

Il laser dello stereo legge una canzone dei Korn (sanguinario regalo di Jon Davis).

C’è una pila di libri che sonnecchiano sulla scrivania. 

Il telefono dorme, ricco di una sola tacchetta di batteria.

Oggi non riesco a sentire la precarietà dell’essere umano.

“[…] Sono stato/ uno stagno di buio/ Ora mordo/ come un bambino la mammella/ lo spazio/ Ora sono ubriaco / d’universo.”

Ungaretti.

Poche parole, fiumi d’inchiostro versati. Tutte le volte che al liceo leggevo l’analisi del testo di una poesia (o di un racconto), notavo che ogni testo veniva suddiviso su miliardi di livelli. Dal livello psicoanalitico a quello socio-politico. Interpretazioni su interpretazioni. Da due righe di Foscolo si scavavano pagine di speculazioni pseudo fiolosofiche. E io ogni volta mi facevo la stessa domanda.

Ma come cazzo fanno ad affermare che l’autore voleva nascondere tutti quei significati in una poesia? Come cazzo fanno?

Mi rispondevo che gli autori che finiscono su un testo antologico devono essere così geniali da far sopravvivere per secoli i critici grazie all’analisi delle loro opere.

Ma sto divagando. Tutto questo mio cianciare cerca di giustificare un fatto. Alle frasi di Ungaretti che ho citato, io do una mia PERSONALE interpretazione. Da perfetto ignorante non voglio sapere in che occasione ha scritto quei versi. So solo che mi danno un’idea forte di attaccamento alla vita.

Chi non è mai stato in uno stagno di buio?

Credo che i cespugli del mondo siano pieni di ricordi cattivi vomitati assieme al troppo alcol buttato giù senza pensare, in quelle notti piene solo di vuoti da riempire. Da riempire in qualsiasi modo. Anche nei modi sbagliati.

Ci sono giorno grigi che ti scivolano addosso, ti arano lo stomaco e ti fanno sputare sangue. Ci sono ore immobili nella loro inutilità. Ci sono domande senza risposta. E risposte che affiorano nella mente senza che ci si ponga le domande.

Tutto soffre. Ma ci si accorge della sofferenza per una ragione semplice. Perché esiste la gioia. C’è chi ha detto che la felicità non esiste, che sia solo momentanea “assenza di dolore”. La si pensi come si vuole. La gioia c’è. Ogni tanto.

L’importante è muoversi. Cercare quei momenti. Rincorrerli, abbracciarli. E come li trovi, cercarne altri. Partire dallo “stagno di buio”, benzinarsi colla propria rabbia e provare ancora a  “mordere lo spazio”.

La coerenza non è il mio forte, ho i momenti in cui non credo in nulla.

E a volte ci si sente davvero zimbelli della Natura.

Ma se la penso così, mi ricordo di un mio ex compagno di classe. È morto di incidente stradale a vent’anni, quando ne aveva due più di me. Ora l’ho raggiunto e superato. Io continuo ad avere stagni di buio in cui tuffarmi, ma anche mammelle di spazio a cui appigliarmi, da mordere e leccare voluttuosamente. Lui purtroppo non più. Oppure mi trovo davanti la faccia di un mio amico d’infanzia che si è suicidato quest’estate. Dietro un suicidio ci sono mille motivazioni, e non tutti le comprendono .La Chiesa (almeno fino a qualche anno fa) condannava senza appello il gesto. Ma se qualcuno arriva a togliersi la vita, vuol dire che non vede nulla davanti a sé. È tutto alle spalle. Se arrivi a ucciderti, è perché i tuoi occhi hanno un muro impenetrabile davanti. Io cerco disperatamente picconi che sfondino quel muro. Amici, musica, ragazze, libri, parenti… Andare avanti, comunque.

Un malato terminale probabilmente la vede in modo diverso, e giustificatamente.

Ma interrogarsi sulla giustizia di tutto è inutile.

Qual è il senso della vita?

Perché chiederselo?

Il senso della vita è vivere. Sbagliare, soffrire, ridere. Provare ad andarsene senza rimpianti.

E amen.

 

 




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19 aprile 2004


Il superamento della quotidianità.

Risposta n.2 all'articolo di Valeria



La lettura dell’articolo di Valeria impone più di una riflessione. Malgrado io non sia del tutto d’accordo con ciò che lei afferma, non si può disconoscere l’importanza delle questioni che sono state sollevate.


Ciò che in particolare ha suscitato il mio interesse è il modo in cui è stato, ed in generale viene, affrontato il tema della quotidianità.


Spesso e volentieri, infatti, questa viene rappresentata come vero e proprio fardello perenne o come un qualcosa di cui dovremmo vergognarci o come un qualcosa davanti al quale ci si deve arrendere per poi accettare la condizione di sopravvivenza come insuperabile:


non sono d’accordo.


La quotidianità è una costante della situazione umana; volenti o nolenti dobbiamo averci a che fare, per esempio quando facciamo la fila alle poste e ci arrabbiamo perché qualcuno ha fatto il furbo saltandola, quando andiamo a fare la spesa, quando ci prepariamo ad un esame “d’importanza vitale”, quando aspettiamo l’autobus e quando guardiamo il telegiornale (accumulo delle notizie più “importanti” del giorno).


Eventi minimi, che si ripetono tutti i giorni, ma importanti perché spesso strumentali nel processo che dobbiamo attraversare per poter passare dalla fase della sopravvivenza a quella della vita. Dobbiamo quindi riconoscere che la quotidianità ha una sua minima importanza. Perché un esame è d’importanza vitale? Perché il suo superamento, non si sa, potrebbe essere fondamentale per il raggiungimento di ciò che tutti desideriamo: il successo e cioè, non il successino di Pietro Taricone o delle Lollipop ma, un successo che rimane nel tempo e quindi l’eternità, che equivale al superamento della quotidianità.


Perché ci arrabbiamo quando qualcuno salta la fila alle poste o in segreteria studenti o quando il semaforo appena vi si arriva davanti diventa rosso? Perché questi eventi quotidiani ritardano la risoluzione delle “pratiche” e dei problemi che ci separano dal raggiungimento del successo creandoci non poche angosce.


Per questo è inutile assumere atteggiamenti di abbandono, di abbattimento perenne, di superficialità verso tutto ciò che ci circonda, bollandolo come quotidianità intesa come prigione dalla quale non si può né uscire e né evadere: non è vero, e non solo la storia ma anche il presente ce ne da dimostrazione.


Troppo spesso, intellettualoidi travestiti da filosofi analitici ci propinano la loro lista (inquinata quasi sempre da giudizi di valore tutt’altro che infallibili) di “ciò che è indegno perché quotidianità”, ed in questa lista vi appare frequentemente la politica.


Nel 1513, Niccolò Machiavelli aveva già capito, tre secoli prima di Arthur Schopenhauer, la struttura della condizione umana, nella quale si esprime anche la politica: tutti sappiamo quanto la politica sia legata alla quotidianità, visto che, tra l’altro, si fa carico di risolvere i nostri “problemi minimi”. Nonostante questo fatto, Machiavelli riuscì a concepire soluzioni POLITICHE che superavano la quotidianità: partendo dall’analisi della situazione umana, che si realizza nella dialettica ordine-disordine, nel senso che il primo (nonostante nasca come esigenza conseguente all’esperienza del disordine) è continuamente insidiato dal disordine (per il quale l’uomo ha una vera e propria vocazione), lo scrittore fiorentino constatava che la politica è caratterizzata atemporalmente ed assolutamente dall’instabilità. Essendo l’appetito umano insaziabile, ma avendo strumenti che consentono di conseguire ben poco, l’uomo «vive in uno stato di perenne incontentabilità che lo sospinge a volere sempre di più e a modificare le situazioni nelle quali si trova1». Uno scenario che ricorda molto quello che Schopenhauer ha disegnato quando notava che «Tutto soffre perché volere significa desiderare, e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione per mancanza di qualcosa che non si ha ma si vorrebbe avere2». Solo che il riconoscimento di questo qualcosa che manca, dell’esistenza del quale Machiavelli era ben consapevole, non portava quest’ultimo a concludere che «Sopravviviamo credendo di vivere», anzi egli proponeva una serie di soluzioni, in gran parte ancora valide, ai problemi che si potevano incontrare nell’attività di governo. Matteo ci ha già spiegato che non è possibile parlare di sopravvivenza se non si accetta la vita come dato di fatto, e Machiavelli, partendo dalle stesse premesse di Schopenhauer arriva a conclusioni quasi opposte (rispetto a quelle cui arriva Schopenhauer): certo, perché la politica, lungi dall’essere totalmente coinvolta nella quotidianità, fornisce gli strumenti teorici e pratici che sottraggono l’uomo al disordine e lo mantengono all’ordine. Non è questo, superare la quotidianità? E Machiavelli stesso non si è garantito un posto nell’eternità? E, tornando alla politica in generale, una misura che impedisca fenomeni come quelli che interessano bambini, dai tre anni in su, che crescono lavorando come appiccicatori di etichette o come addetti alla cucitrice (come avviene normalmente in Cina ed in tantissimi altri stati, compresa l’Italia) non è una politica che, in uno stato democratico la cui legge è rispettosa dei diritti umani, ha una valenza universale, indipendente dal periodo storico e quindi non-quotidiana?


Ma veniamo al presente; c’è un amico di noi Studenti libertari che, col suo modo di vivere e di pensare che, non esito a definire “radicalmente libero” è l’esempio vivente che è possibile superare la quotidianità: Vittorio Sgarbi. Devo essere sincero, io non ho letto i suoi libri, né ho guardato le sue trasmissioni: forse queste non passeranno alla storia, così come magari non passeranno alla storia i suoi bisticci con le iene, ma l’assoluta libertà che ha raggiunto e grazie alla quale si dedica come, dove, e quando gli pare, a ciò che lo appassiona, ne fanno un modello di individuo al quale aspiro assomigliare. Insomma, alla domanda «Preferiresti essere Bill Gates o Vittorio Sgarbi?», io rispondo «Cazzo! Io vorrei essere Vittorio Sgarbi!», perché quest’ultimo è molto più libero di un Bill Gates, costretto periodicamente, se non quotidianamente, a rendere conto di ciò che combina la sua Microsoft, e che un giorno magari avrà a che fare con una feroce concorrenza, cioè con un qualcosa di stampo quotidiano. Mi pare che Sgarbi sia molto più slegato dall’influenza altrui e che per la maggior parte delle cose che fa debba rendere conto solo a se stesso.


 Come superare la quotidianità?


Innanzitutto non può essere completamente eliminata, perché la nostra condizione non ci permette di fare a meno di attività quali lavarci, “andare in bagno”, avere a che fare col traffico o coi ritardi aerei, ma credo che, se si è abbastanza fortunati da avere almeno una passione (Scienza, musica, scrittura, foto e l’arte in generale), la maggior parte della quotidianità può essere superata raggiungendo l’eccellenza nel campo in cui si è appassionati, consegnando all’eternità il frutto del proprio amore e quindi, ed anche, se stessi.


 


1-         M. D’Addio: Storia delle dottrine politiche volume 1 Ecig, pag 285


2-         Come ha ben scritto Valeria.


 


Black sheep




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19 aprile 2004


Risposta a Valeria Piras, grecità e pessimismo da due soldi.

Risposta n.1 all'articolo di Valeria.

 

Brava Valeria, davvero brava, coraggiosa e vittima del cuore. Schopenauer te lo sei indubbiamente ben studiato, almeno per quel che riguarda la porzione della sua opera più divulgativa e lusingatrice nei confronti della massa. Ma i tempi di S. educatore della Germania sono finiti e tu ti sei dimenticata di studiare il capitolo immediatamente successivo dell' Abbagnano: Nietzsche.

Potrei procedere analiticamente in una critica spietata del tuo scritto -imperdonabile la strumentalizzazione di Ungaretti: in Soldati la "precarietà della vita umana" di cui tu parli è in realtà precarietà della vita umana in guerra, dunque la negatività di questa concezione è notevolmente più circoscritta in quanto si parla di soldati, non di uomini nella vita di ogni giorno, e la guerra, sia lodato Gesù Cristo, non è ogni giorno in ogni luogo, almeno in questa sua forma, quella del conflitto armato, insomma la guerra non è la vita- ma non è questo ciò che mi interessa. Quel che voglio è questa volta pormi io come educatore di una gioventù che vive nella rovina della sua morale -meglio sarebbe dire educazione impartita dai genitori- e la cui volontà quando proprio cerca di spingersi oltre il nichilismo pretende di ricostruire dalle rovine di esse. Quel che io auspico per te cara Valeria, come per molti altri ragazzi della nostra generazione, è un ritorno alle origini del nostro spirito di occidentali, li nella Grecia antica, addirittura pre-socratica. Eh si, mia cara Valeria perché tu pur essendo intelligente manchi totalmente di un sano spirito tragico greco. Tu, contrariamente a quanto potresti credere, ingannata dal linguaggio ordinario, sei molto poco tragica. Sei invece pessimista, N. direbbe quindi decadente. Sei poco greca in questo senso, perché quel gran popolo aveva visto che la realtà, o meglio ogni condizione, vive di un ambivalente tensione, che non ci possono essere le tenebre senza la luce. Il mito occidentale dell' amore cieco è una derivazione, o banalizzazione dell' antico mito di Afrodite che può donare grazia e distruzione. Tu assolutizzi una visione negativa, la tua visione negativa, dell' esistenza, ridicolizzi l' uomo e la sua vita svolta all' insegna di una vana ricerca della felicità, dici "sopravviviamo credendo di vivere" e con queste parole mi ricordi la contraddittoria espressione di chi sostiene che la felicità non esiste e poi vive nella sofferenza. Ma come si fà a soffrire se la felicità non esiste, si soffre perché non si ha quel qualcosa per cui anima e corpo sono in tensione e dunque qualcosa c' è, la felicità esiste e noi in virtù della sua esistenza disperiamo se non l' abbiamo. Questi discorsi li rivolgerei anche contro il popolino cristiano che definisce la vita "una valle di lacrime" e poi dispera per la dipartita di un parente: "Ma non eravate voi a dire che questa vita non ha valore?". Sai come si chiamano queste belle e roboanti concezioni dalle mie parti, e questo da un bel pò di tempo: menzogne millenarie.

Tu poi dici "tutto soffre" nel desiderare, anche nell' avere aggiungerei io, ma soffre per avere e godere. Anche Socrate riconosceva che ogni porzione di piacere si accompagna a una porzione di dolore. Pensa al sesso, soprattutto per la donna: per avere il piacere non devi forse passare per la dolorosa perdita della verginità? Pensaci dunque: soffriamo, o passiamo per la sofferenza, solo perché vogliamo godere. Questo è lo spirito greco, lo spirito tragico per eccellenza.

In fine, c' è questa questione dell' "egoistica quotidianità", in cui come in precedenza non manchi di epidermicità, autocontradditorietà, confusione e dove pecchi di moralismo. Egoistica, egoismo, la base di ogni discorso, nobile e basso, punto di partenza della democrazia e risultato della tirannia. Adesso, il discorso non posso approfondirlo senza rischiare di banalizzarlo, ma leggiti L' Unico e la sua proprietà di Max Stirner, e capirai che senza l' egoismo ci sarebbe ancora la schiavitù. Noi ne abbiamo paura, ma questo demone, questo tarlo della morale è stato spesso la spinta al superamento della stupidità di quest' ultima. E poi questo "egoistica quotidianità" non avrà forse alla base di se la concezione di una positiva quotidianità non egoistica? Spero di no, ma sembrerebbe dall' esempio dell' uomo arrabbiato perché uno gli ha rubato il turno di fronte allo sportello postale. Non capisco che male ci sia nella rabbia di quest' uomo, anche perché è stata spesso la mia rabbia, quella di chi, proprio perché vuole avere a che fare il meno possibile col quotidiano, essendo maggiormente interessato a ciò che l' uomo ha fatto ponendosi nella dimensione dell' eternità, non vuole di conseguenza perdere più tempo del dovuto in atti quanto mai "umani, troppo umani", per non dire, ma purtroppo è così, tristemente quotidiani.

In ultimo, e questa volta per davvero, anche se credo che potrei continuare a contestarti finché ci sarà carta e micromine 0,5 HB sulla terra, come fai, quasi in chiusura del tuo articolo, ad asserire che "nei momenti di dolore importa solo sapere: perchè?", quando nelle prime righe dicevi che si perde tempo e si diventa improduttivi facendo riflessioni sul senso della vita, ma allora vedi bene che non si perde tempo se, almeno in certi momenti, una risposta poi serve ed è una risposta che richiede spesso interminabili veglie. Vedi cara, questa mia replica ti insegna che la filosofia non ha niente a che fare con le grida del cuore, ma con l' accesa curiosità di uno sguardo algido, pronto per dirla con un' abbusatissima citazione da N., a guardare nell' abisso, consapevoli del fatto che, se lo si fa troppo a lungo, anche l' Abisso guarderà in noi.

Dimenticavo, in riferimento all' ultima riga del tuo delirio: mai pensato che forse non siamo poi così razionali se il senso della vita non lo possiamo afferrare? Forse c'è qualcuno più razionale di noi!

 

Matteo




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